15th

Il maledetto decalogo

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Odio i decaloghi. Non riesco ad immaginare niente di più inutile ed irritante. Ecco perchè ho deciso di scriverne uno. Sempre meglio che lavorare.

Le dieci cose da (non) fare negli USA:

1. TO DO – Cheesecake Factory: è stato il mio primo incontro ravvicinato col cibo statunitense. E se il buongiorno si vede dal mattino… A dispetto del nome, le torte non sono l’unico modo in cui questo franchising da famigliole borghesi ti mette brutalmente davanti alla consapevolezza di provenire da un Paese del terzo mondo. No, perchè hanno pure gli hamburger e le bistecche. Ecco, io proprio non capisco come sia possibile che uno spacciatore seriale di immondizia come McDonalds non sia fallito 15 minuti dopo l’apertura della partita iva, in una nazione che riesce a produrre una carne come quella che si mangia al Cheesecake Factory o al Western Sizzling. Se ho mai provato una profonda e sincera compassione per qualcuno in vita mia, è stato per i vegetariani, mentre sbavavo sul miglior hamburger “very rare” che sia mai transitato (brevemente) sul mio piatto. Non so cosa diano da mangiare alle vacche, forse farina di cuccioli di panda o fotografie di Heidi Klum in lingerie Agent Provocateur. Fatto sta che qui la carne è una categoria alimentare a parte. Ah, e poi ci sono i cheesecake, of course. Ma quelli… che te lo dico a fare?

2. NOT TO DO – Le insalate: succederà. Oh se succederà. Dopo un paio di settimane di bagordi carnivori qualcuno dirà “Ah, no, oggi voglio stare leggero. Prendo solo un’insalata”. Ed è proprio lì, fra il verdeggiare rassicurante e fibroso, che si nasconde il seme del naufragio definitivo d’ogni tentativo di dieta. Credo che in qualche piega della Costituzione degli Stati Uniti d’America i cibi ipocalorici siano equiparati alle sezioni del Partito Comunista Combattente con sede nel Bronx. Perciò di solito quando al ristorante chiedi l’insalata, quello che ti vedi recapitare è un blob inquietante marginalmente contaminato da tracce di foglie di lattuga, pieno di oggetti poco identificabili (ma nondimeno inequivocabilmente non di origine vegetale) corredato da una tinozza di salsa blue cheese con una densità prossima a quella del cesio. E capisci che resistere è futile. L’anno passato Ettore ha vinto il Toto-Marcello indovinando quanti chili avrebbe preso il boss in due settimane di vacanza in Calabria. Al ritorno dalla California il co-founder rischia l’arresto per traffico internazionale di colesterolo.

3. TO DO – Il Grand Canyon: no, sul serio. Se ti prendi la briga di scavalcare l’Atlantico e poi non vai a vedere il Grand Canyon, tanto valeva fare due settimane a mezza pensione in bassa stagione all’Hotel Mariuccia di Solbiate Olona con vista sul campetto parrocchiale. Il Canyon è un posto che sfugge ad ogni tentativo di descrizione. E non è che non ci riesca solo io che sono una mezza tacca a descriverlo. Non c’è mai riuscito nessuno. Nè scrittori, nè poeti, nè cineasti. Ci hanno provato in tanti, ma riuscirci è un’altra storia. E’ una cosa che capisci solo quando ci metti piede per la prima volta. E lo capisci tutto d’un colpo, senza sconti. E a quel punto ti viene da piangere, e da ridere e da gridare forte. Tutto insieme. E lì per lì non trovi nemmeno un solo buon motivo per non farlo davvero.

4. NOT TO DO – Nutrire i Fucking Squirrels: l’intero nord America ne è letteralmente invaso. Sono ovunque ed hanno nei confronti degli esseri umani lo stesso timore che ti aspetteresti di trovare in uno squalo bianco. Primo scoiattolino “oh oh guarda! Guarda! Uno scoiattolo! Fighissimo!! Prende il cibo dalla mia mano, tenero…”. Secondo scoiattolino “Hey guarda un’altro! Che carino! Vieni qui cucciolo…”. Terzo scoiattolo “Toh, ancora uno…”. Quinto topo con pelliccia “Uff ma che vogliono questi, che li sfami tutti?”. Ventesimo fucking squirrel in mezz’ora “Vieni piccinoooo…” (blandendo il roditore con un cracker intinto nel lassativo mentre prendi la mira per infilargli un calcio nel culo e metterlo all’incrocio dei pali).

5. TO DO – Guardare il cielo: non so se è vero che negli USA è tutto più grande, ma so per certo che il cielo lo è. Un amico milanese ne è rimasto traumatizzato. Abituato a scorgerne solo brandelli sudici, a vederlo sempre ben appoggiato ai tetti dei palazzoni come una coperta grigia da trincea, ha avuto paura che da un momento all’altro tutto quell’azzurro gigantesco, senza il puntello di una casa o di una collina fino all’orizzonte più remoto, gli cascasse sulla testa e lo schiacciasse. Io che son nato sotto cieli ben più tersi non ho ugualmente sofferto della sindrome di Obelix, ma giuro che più di qualche volta mi son domandato come mai qui da noi nemmeno sul mare le nuvole sembrano essere in viaggio verso porti così lontani. Ho provato anche ad immedesimarmi nei primi coloni che sulle loro carrette di legno si son trovati ad affrontare la traversata di quel doppio oceano terrestre: sotto i piedi le sabbie dei campi del Texas che sembrano uscite da un racconto di Edwin Abbott Abbott, e sopra la testa un altro infinito non meno pauroso. Ed ho provato un brivido di paura, d’ammirazione e di rispetto.

6. NOT TO DO – Le riserve indiane: giusto per compensare quel moto di empatia verso i coloni cui ho accennato prima e non farsi prendere da eccesso di romanticismo hollywoodiano verso l’epopea della corsa a ovest, varrebbe la pena forse di fare un salto in una riserva Apache. Ero indeciso se inserire questo punto fra i TO DO o i NOT TO DO, poi hanno prevalso la codardia ed il ricordo di una delle serate più tristi di quel viaggio, passata nel bar di un remoto villaggio del New Mexico fra i nativi con i loro occhi spenti dal troppo alcool e da un senso di sconfitta che ormai pare essergli entrato nel dna. “Once were warriors”. Ora non lo so cosa sono diventati. Ma a giudicare dalle loro facce deve fare un male cane.

7. TO DO – I cataloghi delle prostitute a Las Vegas: avete presente quei distributori di giornali che si vedono nei film? Metti la monetina, apri lo sportello e prendi il New York Times mentre vai al lavoro. Ecco, ci sono anche ai semafori di Las Vegas, con due differenze: non serve la monetina e in prima pagina, al posto dell’editoriale di Bill Keller, ci trovi altre importanti informazioni tipo che con solo 25$ puoi avere una biondina dallo sguardo languido recapitata in venti minuti direttamente nella tua stanza d’albergo. Se invece hai una predilezione per le more (o per qualunque altra ragionevole o irragionevole declinazione del gentil sesso) non hai che da sfogliare il ricco catalogo e scegliere la varietà di carne (stavolta viva, anche se pur sempre di bovine trattasi, in ultima analisi) che più ti aggrada. Ogni Stato ha l’editoria che si merita, suppongo. In Italia ne sappiamo qualcosa.

8. NOT TO DO – Il surf a Santa Monica. So che sto sprecando il mio fiato, ma questo è un appello a Daniele: non farlo. Per me arrivare a bagnarmi i piedi nell’Oceano Pacifico dopo una traversata di quasi 9.000 chilometri in macchina era una questione di principio, ma mi è costata un paio di jeans: buttati nel bagagliaio e sigillati in una busta fino alla fine del viaggio per evitare che appestassero l’abitacolo con un’inquietante fragranza di cripta. In quell’acqua ho visto galleggiare praticamente qualunque tipo di oggetto. Ed erano tutti putrefatti. E’ stato lì che ho realizzato che le scene subacquee di Baywatch erano girate in piscina. Ne ho sofferto per mesi ed ho perso ogni fiducia nell’onestà dei produttori hollywoodiani. In effetti a questa brutale presa di coscienza ha contribuito in parte anche il fatto che nei fuoristrada gialli non c’erano modelle soft-porno con i salvagenti incorporati chirurgicamente ed attempati attori di telefilm di serie B che non si rassegnano alla senescenza ma solo annoiati panzoni con bicchieri extra-large di coca cola alla vaniglia. La parte positiva è che ho superato i miei sensi di colpa per l’utilizzo di eMule. Beh, una scusa la dovevo pur trovare.

9. TO DO – L’ultimo “to do” è difficile: vorrei includerci tutto quello che possa risultare utile al progetto, all’azienda, a dare un respiro internazionale agli sforzi ed alla fatica che tutti abbiamo profuso da un anno a questa parte su WhereIsNow. Ma visto che il mio approccio standard al cliente è del tipo “Il servizio è una figata, ti piace? No? Ok, pazienza, il mondo è pieno di imbecilli. Vado a prendermi una birra” penso di non avere molto da suggerire in questo senso. Un generico “non fate casino” mi sembra sufficiente.

10. NOT TO DO – Passare per gay in Arkansas: se ti trovi dalle parti della Route 66 e ti fermi a dormire in un motel che sembra arredato dalla versione redneck di Martha Stewart in iperglicemia da muffin lievitati male e se scopri che il motel in questione ha una piscina riscaldata, non è consigliabile farsi prendere dalla goliardia ed esibirsi in figure di nuoto sincronizzato in compagnia di altri tre maschi usando le mutande al posto dei costumi da bagno. La direzione dell’albergo potrebbe non gradire ed avanzare delle fastidiose insinuazioni mentre vi invita ad uscire dalla vasca. Come lo so? Beh, un amico mi ha raccontato… cioè, era un conoscente più che altro. L’amico di un conoscente che… Oh, ma insomma, fatevi gli affari vostri, lo so e basta.

S

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feb 15th by stefanocherchi

5 commenti

  1. siete appena arrivati qua negli USA ehai gia provato tutte ste esperienze ? non vi fate mancare nulla ! :-)


    pluto



  2. “Il servizio è una figata, ti piace? No? Ok, pazienza, il mondo è pieno di imbecilli. Vado a prendermi una birra” …vangelo! :-) bellissimo il post!


    Mauro Rubin



  3. Stefano,
    Abbiamo già applicato il primo punto del decalogo.
    Oggi abbiamo mangiato da Cheesecake Factory: due Diane Steak strepitose.
    Siamo qui a cercare di digerire, ma la carne era davvero strepitosa!!!

    Non ti preoccupare per i miei chili, ne per la salute di Daniele immerso nell’oceano.
    Abbiamo tante di quelle cose da fare/sistemare che non credo di poter ingrassare troppo. Daniele, poi, mi sa che non troverà nemmeno il tempo per una surfata sull’oceano.

    Per la frase “Il servizio è una figata, ti piace? No? Ok, pazienza, il mondo è pieno di imbecilli. Vado a prendermi una birra”… non ti preoccupare… io e Daniele siamo qui per questo, anche per cercare di convincere con il nostro stentato inglese i direttori degli alberghi dell’Arkansas.
    :-)


    marcelloorizi



  4. … bellissimo post!!!
    Dai ragazzi!!!


    marcelloorizi



  5. Grande Stefano col suo modo di scrivere fuori dal comune…comunque probabilmente Marcello qualche chilo lo prenderà :-)


    Daniele



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